Elementi di riflessione sul Patto di Stabilità e l’instabilità italiana

Elementi di riflessione sul Patto di Stabilità e l’instabilità italiana

L’anno 2014 si é chiuso sotto degli auspici poco ottimistici. Stando alle stime dell’ISTAT, il debito pubblico ha toccato il 130% del Prodotto Interno Lordo, (PIL) che a sua volta ha accusato una contrazione (che le prime indicazioni danno attorno al -0,3%), mentre la disoccupazione ha superato il 13%. L’Italia, che rappresenta il 18 per cento del debito pubblico dei 28 paesi dell’Unione, è l’unico paese di grandi dimensioni in Europa in recessione da undici trimestri, con il secondo numero di disoccupati più alto della zona Euro (3,3 milioni a fine 2013) e un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (8,3 per mille abitanti). Non a caso la Commissione Europea a fine novembre ha ricordato all’Italia di accelerare l’attuazione delle riforme in attesa del giudizio sulle medesime che arriverà a marzo 2015.

Ma le cattive notizie non finiscono qui. Il 2014 vede i sintomi di quello che potrebbe diventare una forte instabilità sociale. La crescente sfiducia nelle istituzioni, al punto del disprezzo nei confronti della politica e una crescente paura della povertà stanno portando settori sempre più vasti della popolazione a doversi arrangiare. Alcuni indicatori di questo disagio si possono vedere dall’evasione fiscale, addirittura totale in aree ad alta densità malavitosa, alla fuga dei giovani alla ricerca di un futuro all’estero. Non ultimo il rapporto del CNEL e ISTAT BES2014 – Benessere Equo e Sostenibile – presentato a Roma il 26 giugno 2014 accende i riflettori sia su una criminalità spicciola in rapida ascesa nei centri abitati sia sulla criminalità organizzata che sempre più sistemicamente infiltra gli appalti pubblici.

Il 2015 sarà l’anno delle decisioni improrogabili. Smaltita la sbornia dell’Expo, le aziende nostrane dovranno tornare a cimentarsi con la concorrenza internazionale, in una realtà che comunque la si guardi non potrà che offrire sfide. L’Italia diventerà una palestra ove si metterà a prova una parte rilevante del patto di stabilità. Questo infatti dovrà dare prova di elasticità e resistenza, e soprattutto di affidabilità e certezza.

Questo breve scritto, partendo dagli impegni sottoscritti dall’Italia in seno all’Unione Europea, esaminerà la situazione economica attuale, confrontandola con gli elementi salienti con la crisi vissuta negli anni settanta, ovvero, il periodo di maggiore prossimità con il momento attuale. Se negli anni di piombo l’Italia visse tra stagnazione economica e inflazione a due cifre, il decennio che è iniziato con la crisi del 2008 rischia di proporre uno scenario altrettanto devastante, in particolar modo sulla coesione sociale.

Nella seconda parte di questo articolo, partendo dall’evidenza dei dati attuali, si cercherà di individuare azioni e strumenti per la pubblica amministrazione che possano facilitare un’inversione di tendenza nella disaffezione della società. L’obiettivo ultimo è comunque quello di sensibilizzare il lettore sul necessario cambiamento che la società nel suo insieme deve operare per scongiurare una crisi sociale di cui non si possono ancora stimare le conseguenze.

La nuova Europa

Che cosa è successo a quell’Europa che elargiva finanziamenti a pioggia, perdonando le manchevolezze italiane con bonaria pazienza? Purtroppo quell’Europa non esiste più. Per capirne le ragioni dobbiamo guardare alla storia recente dell’Europa e, conseguentemente, dell’Italia.

Un buon punto di partenza è il trattato di riforma detto anche di ‘Lisbona’. Questo trattato approvato dal Consiglio della UE nel 2007 ha riscritto i fondamentali del vivere comune in Europa, introducendo il nuovo patto per la stabilità, la crescita e l’occupazione. Non si deve dimenticare che il trattato fu redatto dopo che la Costituzione europea fu bocciata dal ‘no’ dei referendum francese e olandese del 2005. Questa battuta di arresto nella costruzione europea, suonò come una campana di allarme in vari stati membri della zona Euro. Divenne chiaro che una moneta unica senza una coerente e condivisa politica economica e sociale non poteva essere una situazione sostenibile. Per affrancarsi nel contesto internazionale, l’eurozona doveva dotarsi di una politica economica omogenea e coordinata. Così come nel 2005 mancò la volontà, nel 2008 la crisi economica – corollata da un possibile collasso dell’intero sistema finanziario – creò i presupposti per una decisione politica forte.

Il protrarsi della recessione e la crisi del debito sovrano nel 2009, spianarono la strada per le ulteriori riforme dei metodi di controllo e di coordinamento dell’economia dell’Unione, ed in particolare della zona Euro. Con l’introduzione nel 2010 di un calendario di programmazione economica, detto anche “Semestre Europeo”, l’Unione si assicurava che gli Stati membri si coordinassero efficacemente, allineando i propri programmi economici e di bilancio con precise scadenze nell’arco dell’anno. Dal 2012 tali regole sono state efficacemente rafforzate e rese obbligatorie attraverso il fiscal compact. Il 30 gennaio 2012 il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, approvò il nuovo patto di stabilità, denominato “fiscal compact”. Questo patto entrò in vigore nel maggio 2013 (l’Italia fu tra le prime a ratificarlo nel settembre 2012 con il governo Monti). Tra gli elementi principali del Fiscal Compact si ricorda:

  • L’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1)
  • L’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • L’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • L’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • L’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà vagliato dalla Corte europea di giustizia;
  • L’impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).

Il patto consente agli stati membri di fare osservazioni sui programmi degli altri paesi dell’Unione e permette alla Commissione di offrire un orientamento politico in tempo utile prima che vengano adottate decisioni a livello nazionale. La Commissione verifica altresì se gli Stati membri stiano lavorando per la realizzazione degli obiettivi in materia di occupazione, istruzione, innovazione, clima e riduzione della povertà fissati nella iniziativa politica Europa 2020 – la strategia di crescita a lungo termine dell’UE. Non ultimo, il patto introduce la condizione di pareggio di bilancio nella legislazione nazionale onde ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Il patto di stabilità prevede una procedura per i disavanzi eccessivi che possa essere avviata anche preventivamente nei confronti di degli Stati che avendo un debito superiore al 60% del PIL non attuano misure sufficienti per ridurre il loro indebitamento netto – ovvero di una riduzione pari ad almeno il 5% all’anno in media nell’arco di tre anni. Inoltre, il patto introduce un nuovo parametro di riferimento per la spesa pubblica: questa non può crescere oltre la crescita stimata del PIL a medio termine, a meno che non sia coperta da entrate adeguate. Questo implica che se uno stato come l’Italia perde punti di PIL, la spesa pubblica deve essere ridotta di altrettanto, e laddove si volesse aumentare l’indebitamento, lo stato deve introdurre tasse ad hoc per coprire la spesa. Il principio è tanto semplice quanto difficile da attuare: maggiori uscite solo a fronte di maggiori entrate.

Pur portando il governo nazionale a ragionare come un ‘buon padre di famiglia’, il patto introduce una filosofia di gestione della cosa pubblica che è nuova nella tradizione italiana. Per la prima volta la politica deve ubbidire alle ragioni dell’economia; questo nuovo ordine riduce sostanzialmente le prerogative e gli spazi di manovra del governo nel momento alto del ‘policy making’. Queste limitazioni alla politica ‘creativa’, però, hanno destabilizzato il ‘Sistema’ Italia. Il rigore con scadenze precise del semestre europeo ha obbligato i governi a tenere fede ai propri impegni. Il Fiscal Compact e le sue procedure mette lo Stato Italiano fortemente a disagio. Il metodo che aveva garantito la governabilità – ovvero enormi spazi di manovra negoziale con le parti sociali e con l’opposizione – è saltato. Non ci sono più spazi per accordi e impegni senza copertura di bilancio.

Inoltre, con il Fiscal Compact si introduce un efficace strumento di persuasione (soprattutto per i governi indisciplinati): l’Early Warning. In caso di “deviazione significativa” dagli obiettivi, la Commissione emette un avvertimento allo Stato membro. La situazione dello Stato è poi monitorata dalla Commissione nel corso dell’anno e, laddove non corretta, può essere richiesto un deposito fruttifero pari allo 0,2% del PIL. Questa somma viene restituita allo Stato membro quando adeguate misure correttive sono introdotte.

Il trattato prevede anche una procedura rapida per i deficit oltre il 3% in virtù della quale gli stati deficitari sono assoggettati a controlli supplementari e viene loro assegnato un termine per la correzione del disavanzo. Terminato questo periodo e in modo semi automatico si introducono sanzioni che possono essere aumentate gradualmente fino al 0,5% del PIL in caso di frode statistica accertata o includere la sospensione dell’erogazione fondi strutturali dell’Unione.

Infine, il nuovo sistema di voto a maggioranza qualificata inversa (reverse qualified majority) permette un minore margine di negoziato in sede europea, poiché le sanzioni si ritengono approvate dal Consiglio a meno che la maggioranza qualificata degli Stati membri non voti contro – il che non é per nulla scontato nell’attuale contesto economico. Insomma, si direbbe quasi che le istanze europee possono incidere sull’economia dell’Italia in misura maggiore del governo italiano stesso. Questo é sinceramente un cambiamento importante dell’Europa, rispetto al passato.

La situazione italiana

Il 21 ottobre 2014 l’Istat ha trasmesso alla Commissione europea la Notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP). Questo documento fotografa la situazione italiana al 30 giugno 2014. L’indebitamento netto – o disavanzo – dell’Italia è pari a 45.958 Meuro ovvero il 2,8 % del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano. Il debito pubblico a fine dicembre 2013 si attesta a 2.069.841 Meuro, ovvero pari al 127,9% del PIL che a fine 2013 ammontava a 1.618.904 Meuro. Il PIL dell’Italia corrisponde a circa il 12 per cento dell’economia europea (pari a circa 13,069,730 Meuro) ed al 18,4 per cento del debito pubblico dei 28 Stati membri (pari a 11 280 986 Meuro a settembre 2013)

Dati non molto incoraggianti per una ripresa dell’economia stimata dall’Istat nel 0,6 per cento nel 2015 e dell’uno per cento nel il 2016. Ma ancora più arduo sarà il cammino che l’Italia dovrà intraprendere nei prossimi anni. Non se ne sente parlare molto nei mass media e una ragione c’é. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

Il patto di stabilità, con l’adozione del “Fiscal Compact” obbliga gli Stati a ricondurre il proprio debito pubblico al 60% del Prodotto Interno Lordo entro un periodo massimo di vent’anni. Ovvero, entro il 2034 il debito pubblico italiano dovrà scendere dal 127 per cento al 60 per cento del PIL, cioè di approssimativamente 1.340 Miliardi di euro. Se si applicasse una riduzione lineare, si può stimare che lo stato opererà un taglio alla spesa pubblica in circa 70 miliardi di euro all’anno per i prossimi vent’anni. In più, prima di poter operare questa riduzione lineare del debito, lo Stato italiano deve portare a zero il disavanzo o indebitamento netto. Questo nel 2013 è stato pari a 45.958 euro. In termini concreti questo significa che prima di poter iniziare a ridurre il debito, l’Italia deve arrivare al pareggio di bilancio per il 2015. Ciò, vuol dire uno sforzo straordinario di abbattimento della spesa pubblica di circa 116.000 euro per la programmazione 2015, ovvero del 7,2 per cento della spesa pubblica nei valori del 2014. Una stima approssimativa darebbe un impatto negativo sulla crescita del PIL stimabile tra l’1,8 e il 2,0% per il 2015-2016.

Se invece l’Italia, decidesse di rientrare dal proprio disavanzo su più anni, per esempio su dieci anni, i prossimi anni vedrebbero le spese dello stato ridursi di circa 75 milardi di euro ogni anno, ovvero mediamente del 4,6 per cento della spesa con un impatto sul PIL di circa 0,8 all’1 percento in meno. Entrambe le opzioni avrebbero un forte carattere recessivo e dovrebbero essere accompagnate da altrettante misure volte alla rilancio del PIL. Misure che comunque necessiterebbero dell’approvazione dell’Europa, in quanto impatterebbero negativamente sul bilancio statale e porterebbero la spesa pubblica fuori dai parametri del fiscal compact.

Queste sono a grandi tratti le cifre. Ma quale sarebbe l’impatto sulla società e in particolare sui servizi che lo Stato eroga alla cittadinanza? Per esempio, se si volesse applicare un taglio lineare su tutti i capitoli di spesa, ciò colpirebbe anche la spesa sanitaria. Questa ammontava a fine 2013 a 109,25 miliardi di euro ovvero a circa il 7% del PIL. Un taglio del 4,5 per cento vedrebbe una riduzione del budget per la sanità di circa 5 miliardi di euro all’anno per dieci anni – con relativo riduzione dell’erogazione del servizio sanitario. E’ molto probabile che tale politica “contabile” crei un alto disagio sociale. Resta da capire quando la società passerà dal disagio al disordine sociale. Un compito non facile.

Il rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) pubblicato nel 2012 sul disordine sociale (in inglese ‘Social Unrest’) spiega come il disagio si trasforma in disordine quando sono date una serie di condizioni ambientali oggettive e soggettive. Il modello di riferimento (Basic Model) presentato in questo rapporto, espone tra le condizioni più importanti l’indifferenza da parte delle autorità pubbliche, la percezione di ingiustizia subita dal cittadino e la caduta di fiducia nelle istituzioni preposte, quali il governo. Il rapporto presenta questo modello con quatto livelli (Steps) di disagio: dalla espressione civile di disagio (comunication of Unrest) agli atti organizzati di violenza (Acts of organized civil violence). Se si volesse applicare il modello alla realtà italiana: si potrebbe dire che a fine 2014, la società italiana si trova al un secondo livello (organizzazione della protesta) con forti probabilità di arrivare al terzo livello (Mobilizzazione di gruppi organizzati di protesta) in breve tempo. Questo passaggio dipenderà dalle azioni che le autorità pubbliche ed in particolare del governo prenderanno per arginare la protesta e contrastare la disaffezione.

Per capire il futuro, conviene interpretare le dinamiche che si sono date in situazioni analoghe del passato. Il periodo più simile per rilevanza è probabilmente l’Italia del biennio 1974 – 1975, come mostrato nello studio commissionato nel 2009 dalla Banca d’Italia. I parametri economici si assomigliavano a quelli di oggi, con alcune significative eccezioni: l’inflazione era a due cifre – data prevalentemente dalla crisi del petrolio – e l’esportazione del made in Italy era in crescita – con un aumento del 10% nel 1976. Confrontando l’attualità con il biennio 1974-75 si nota che l’Italia aveva subito una contrazione del PIL del 3,8% (dal 2009 al 2013 tale contrazione ha superato il 7%), la disoccupazione era al 7,3% (nel 2013 la disoccupazione è al 12,8%) e l’inflazione era al 24% (deflazione nel 2013 pari a -0.2%). Se negli anni settanta la crisi del petrolio, ha generato una forte instabilità sociale, di cui si ricordano ancora oggi gli episodi di violenza organizzata, l’attuale crisi economica sta cambiando profondamente le dinamiche e la struttura stessa dell’economia italiana, influenzando le aspettative di benessere e prosperità della società a medio termine.

Il dato più preoccupante viene dalle regioni meridionali dell’Italia, dal Mezzogiorno. Questo territorio ha visto emigrare nel 2013 ben 116mila abitanti. Contestualmente alla ripresa dell’emigrazione, il sud ha visto aumentare il numero delle famiglie povere del 40%, ha assistito al crollo dei consumi del 13% e ha raggiunto un tasso di disoccupazione pari al 31,5%. Non a caso le previsioni economiche danno una perdita di 4,2 milioni di abitanti nel mezzogiorno nei prossimi 50 anni.

Sulla base dei fondamentali economici, lo scenario più probabile vedrà un’impoverimento progressivo della popolazione residente ed una minore copertura della spesa per il ‘welfare’. Questo impoverimento sarà sia economico che sociale, giacché si accentuerà l’emigrazione dei giovani verso l’estero e la “fuga di cervelli”. Chi vorrà rimanere in Italia, dovrà accettare condizioni di lavoro più precarie e meno remunerate. E’ quindi probabile che il disagio sociale evolva verso forme di disordine, quali scioperi e manifestazioni.

Per una società più stabile

Il futuro sta nelle mani dei cittadini e le decisioni di oggi danno forma e contenuto al domani. In quest’ottica di anticipazione, le istituzioni nazionali ed europee, devono compiere un operazione di “outreach” sociale di grande portata ed il legislatore deve dare risposte immediate alle istanze dei cittadini. Questi reclamano giustizia ed equità. Le istituzioni possono infondere fiducia, dimostrando in primis comprensione del disagio, capacità di dialogo e volontà di cambiamento. A tale fine esse devono aprirsi a rendere il cittadino partecipe delle difficili scelte, permettendogli di esprimersi su proposte legislative. La partecipazione é uno strumento efficace per mitigare il senso di esclusione che è alla base del disagio sociale, gli strumenti per creare tale vasta partecipazione esistono già grazie alla società dell’informazione.

Gli strumenti della società dell’informazione – ovvero dell’ossatura della più generale società della conoscenza – permettono al settore pubblico di attuare nuovi modelli di partecipazione civica e di relazione tra individui e comunità. Il nuovo paradigma di governo detto “Open Government” si fonda sul principio della cooperazione attiva con gli “Stakeholders”, ovvero, con le componenti sia produttive che associative della società, attraverso la trasparenza nei processi ed il dialogo aperto (open dialogue) sulle proposte dei cittadini.

In quest’ottica, dal dicembre 2012 il Governo italiano ha aderito all’iniziativa internazionale “Open Government Partnership (OGP) assumendo una serie di impegni con la società civile nell’ambito del primo piano d’azione. Questo piano mira a promuovere una serie di iniziative per la trasparenza e l’integrità nella Pubblica Amministrazione (PA), per la semplificazione della PA, per il coinvolgimento dei cittadini (engaging citizens), per l’Open data, e per l’etica, trasparenza e partecipazione nella PA. Purtroppo, a distanza di un anno dal lancio dell’action plan il coinvolgimento della società civile italiana è stato effettuato sporadicamente e in modo poco convinto ed efficace rispetto a quanto previsto. Il rapporto presentato a luglio 2013 da alcune Associazioni attive sui temi dell’Open Government sull’attuazione degli impegni assunti dal Governo italiano nell’ambito del primo action plan ha mostrato come solo l’11% degli obiettivi che il Governo italiano si era posto sono stati effettivamente raggiunti.

Questa mancanza di cooperazione e di attuazione delle iniziative del piano d’azione dimostrano che il sistema di comunicazione a 360° della PA nel suo complesso non sia ancora in grado di rispondere attivamente alle sollecitazioni della cittadinanza. I continui cambiamenti delle dinamiche sociali a cui é soggetta la società non riescono ad essere percepiti dalla PA a cui mancano gli strumenti interpretativi delle informazioni disponibili, soprattutto di quelle più utili all’adeguamento della propria offerta alla domanda di servizi. Vi sono molteplici aspetti da prendere in considerazione per analizzare a fondo le attuali criticità del sistema di comunicazione pubblica, tra questi un paio meritano particolare attenzione:

  • Innanzi tutto, l’adeguamento degli strumenti di raccolta della conoscenza esistenti (banche dati, portali d’informazione, siti web, ecc.) alle esigenze espresse dalla società. La rete informativa del processo decisionale delle PA risulta ancora disomogenea e frammentata. Ciò impedisce l’utilizzo, secondo una condivisa e univoca cornice di regole operative e standard descrittivi, dei numerosi dati disponibili. Emerge quindi la necessità di sviluppare gli standard per una piattaforma informativa unica della PA quale singolo canale d’informazione civica (accreditata, scientificamente attendibile, coerente e, soprattutto, aggregata), che sia governato con la cittadinanza attiva e a cui partecipino più soggetti (pubblici e privati) ognuno per la parte di competenza in materia (es. Open Science).
  • La sperimentazione di nuove modalità di comunicazione bidirezionale con il cittadino e la loro attuazione on line, garantendo la sicurezza e la massima trasparenza dei dati. Nonostante gli sforzi compiuti – per esempio con l’Open Government Partnership – e qualche significativo risultato, prevale ancora il distacco tra il linguaggio e la tempistica della stessa PA e quelli utilizzati dai cittadini. Tale sperimentazione dovrebbe portare infine all’adeguamento della ‘governance’ dell’intero sistema istituzionale di comunicazione. Infine, le proposte e le azioni risultanti da questa comunicazione bidirezionale si devono riscontrare nella programmazione di governo.

Tale salto di paradigma nella programmazione e gestione della cosa pubblica richiede un grande sforzo di comunicazione della PA, passando dalla semplice informazione alla generazione di conoscenza e consapevolezza nelle comunità locali per la collettività in generale. Adeguamento possibile grazie alla modernizzazione dei sistemi di diffusione della conoscenza, all’introduzione di valide soluzioni tecnologiche, alla sperimentazione di nuove modalità di collaborazione fra PA e cittadino, all’utilizzo del “Open Data”, ovvero di informazioni libere e aperte, fruibili in rete. Questa partecipazione attiva attraverso i canali istituzionali e network sociali, deve essere stimolata e alimentata, in un vero e proprio processo di costruzione collettiva coordinato dalla Pubblica Amministrazione e caratterizzato dal confronto con gli “Stakeholders”, oltre che dall’azione e indirizzo dei decisori politici.

In questo senso, l’Associazione Italiana di Ecologia Umana (AIEU) ha rielaborato recentemente la scala dei livelli partecipativi proposto da Sherry R. Arnstein nel 1969. Secondo Arnstein, la Pubblica amministrazione deve passare da una partecipazione apparente – attraverso processi che attribuiscono un ruolo del tutto passivo alla cittadinanza, finalizzati esclusivamente a far accettare e ad ottenere il consenso per scelte politiche e progetti già deliberati dall’Amministrazione – ad una partecipazione attiva ed ‘empowerment’ che prevede il diretto coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali.

Questa collaborazione e condivisione di obiettivi tra tutti i soggetti pubblici e privati richiede una grande trasparenza dei processi decisionali del settore pubblico, che a sua volta obbliga alla ricerca di nuovi canali di comunicazione a 360° e all’identificazione di nuove modalità di integrazione della cittadinanza nel processo legislativo. Queste sono alcune delle premesse necessarie per una maggiore consapevolezza del valore ‘societale’ da parte dei cittadini – valore che si puó riassumere nello slogan ‘Citizen Social Responsability’. Un approccio valido potrebbe essere l’uso dell’”Open Science” o “Citizen Science” per le decisioni politiche che impattino sulla collettività.

Attuare l’Open Science richiede l’introduzione di un sistema di condivisione di conoscenze e di strumenti per raggiungere l’obiettivo di accesso alle competenze specialistiche dei cittadini e di promuovere la loro consapevolezza sociale. In un regime di blocco della spesa pubblica, appare necessaria un’attenta ristrutturazione organizzativa nell’impiego delle risorse umane e finanziarie sia per la comunicazione ‘intelligente ed interattiva’ sia per quelle formative ed educative che sono alla base del processo di acquisizione della consapevolezza sociale. In tale ottica, la razionalizzazione imposta dalla “spending review” – indotta dal Patto di Stabilità citato sopra – può essere vissuta come un’opportunità di crescita. Si tratta di fare di necessità virtù, attraverso l’esplorazione d’inedite collaborazioni tra operatori pubblici e privati (quali Public Private Partnerships), anche a beneficio dello sviluppo di nuove professionalità (ad esempio green jobs o social care-taking) e dello stimolo all’imprenditorialità. In quest’ottica di partecipazione, le strutture pubbliche dovranno saper gestire grossi volumi di dati con una modalità “Open” e sicura. La PA avrà perciò un’altra sfida: l’uso efficiente e la gestione dei Big Data, la cui crescita esponenziale è dovuta alla sempre maggior uso dei social media, i blog, i portali e i siti informativi sul web; una vera miniera d’oro per sondare la temperatura della società e prevenire stati febbrili.

Purtroppo l’evoluzione verso quello che potremmo definire Comunicazione 2.0 non è scontato. Esso implica uno sforzo di natura tecnologica, organizzativa, concettuale e psicologica a cui la pubblica amministrazione italiana non è ancora preparata. In altre parole, si deve qualificare e vivificare l’informazione attraverso una comunicazione più partecipativa, facilmente capibile e maggiormente capace di produrre, trasformare e far circolare una conoscenza condivisa fra esperti, cittadini e policy-makers in un ambiente che stimoli l’innovazione diffusa. Occorre, in definitiva, imparare a comunicare in un’ottica che sia strutturata, così da permettere l’avvio di un globale sistema di raccolta e divulgazione delle informazioni in cui le istituzioni abbiano cura di alimentare e governare un processo corale, non elitario, finalizzato a stimolare la crescita economica e sociale che nel nostro Paese possiede una specificità ambientale unica e irripetibile.

Questa nuovo tipo di comunicazione deve porre al centro il benessere della società, un bene che appartiene alla collettività stessa e il cui valore può essere tutelato proprio mettendolo a valor comune. In definitiva, le istituzioni devono recuperare la fiducia del cittadino per unire le forze in un ideale “terra di mezzo” con interventi che siano contemporaneamente top down e bottom up. In questa “terra di mezzo” le istituzioni devono stabilire e governare il processo di partecipazione e rendere maggiormente visibile le incredibili risorse – intellettuali e umane – che l’Italia possiede. Occorre, dare priorità alla comunicazione che intercetti i diversi piani del sistema paese, ovvero: cittadinanza – sviluppo – economia. I programmi di sviluppo del territorio (europei e non) e i processi d’interazione sociale così come le tecnologie soggiacenti, devono confluire in un sistema integrato unico in grado di stimolare il cittadino a diventare co-attore dei processi decisionali, vero humus su cui possono attecchire i processi di conoscenza e consapevolezza.

Su questo richiamo alla condivisione vanno incanalati i dibattiti politici sulle dinamiche sociali ed economiche in Italia con il fine di scongiurare l’aumento del ‘divide’ tra politica e cittadino. Da questa necessità scaturiscono alcune domande: Quale modello può rendere al meglio la funzione di “cinghia di trasmissione” tra le istituzioni e i cittadini? Qual è il ruolo della scienza in questo scenario – per esempio, il ruolo della “Citizen Science”? Come si può suscitare l’effettivo interesse del cittadino a “occuparsi” della società come strumento di sostegno e sviluppo del bene comune? Quali sono gli elementi di risonanza nella comunicazione al cittadino? In questa sede, non si ha certo la pretesa di rispondere in modo esaustivo a domande così complesse, ma sarebbe opportuno riflettere su di esse per stimolare un maggiore coinvolgimento della società nelle scelte politiche.

Conclusione

Questa breve esposizione desidera solo portare a maggiore conoscenza le implicazioni del patto di Stabilità sull’evoluzione economica dell’Italia dei prossimi anni ed il suo impatto sulla società. Misure quali il Fiscal Compact mostrano con i fatti come l’Europa sia cambiata dai tempi della fondazione della CEE nel 1957. La Commissione Europea è oggi quindi il garante per l’attuazione delle norme necessarie per la stabilità della Zona euro e dell’Unione Europea.

In questo contesto di politiche di risanamento della finanza pubblica, l’Italia rischia di entrare in un periodo di bassa crescita, disoccupazione a due cifre e da una spesa pubblica cronicamente deficitaria. La relazione dell’Istat del 14 luglio 2014 sulla povertà in Italia rileva che il 26,5% degli italiani è sulla soglia di povertà relativa e assoluta e che già il 5% degli italiani é proprietario di una dimora che non potrebbe in teoria permettersi. Il cittadino percepisce questa dinamica negativa e sta mandando chiari segnali di disagio ai propri governanti, lamentandosi delle deficienze del sistema e chiedendo il cambiamento. La perdita di fiducia nella politica è palese; un recente sondaggio da l’astensione alle prossime elezioni al 38,1% e la fiducia ai principali leader politici tra il 35% ed il 9%, ovvero ben al di sotto della metà degli elettori. In assenza di risposte concrete si può ragionevolmente supporre che a breve si avranno episodi diffusi di protesta anche violenta.

Eurostat Newsrelease nr 166/2014 -31 october 2014

Eurostat Newsrelease nr 108/2014 – 10 July 2014

Il Benessere Equo e sostenibile in Italia, rapporto BES 2014, Roma, 26 giugno 2014

Anni 2010-2013 Notifica dell’Indebitamento Netto e del Debito delle Amministrazioni Pubbliche Secondo il Trattato di Maastricht, Nota informativa ISTAT, 21 ottobre 2014

Eurostat Newsrelease nr 153/2013 -23 october 2013

Le Prospettive per l’Economia Italiana 2014-2016, Previsioni, 3 novembre 2014, ISTAT

Stima basata sul rapporto tra spesa pubblica e PIL che era nel 2012 del 51,2%, fonte ISTAT, vedere www.istat.it/it/pubblica-amministrazione

Social Unrest, Aleksander S Jovanovic, Ortwin Renn and Regina Schroter, OECD Reviews of Risk Menagement Policies, 2012

Idem pagine 48-51

Le principali recessioni italiane: un confronto retrospettivo, di Antonio Bassanetti, Martina Cecioni, Andrea Nobili e Giordano Zevi. Questioni di Economia e Finanza, nr46 -luglio 2009, Banca d’Italia, pag. 18

Idem, pag. 19

Idem, pag. 32-36

Sintesi del Rapporto SVIMEZ 2014 sull’economia del mezzogiorno, presentato il martedì 28 ottobre 2014, Tempio di Adriano, piazza di Pietra -Roma

Iniziativa della Presidenza del Consiglio Italiano; si veda www.lineaamica.gov.it/ditecicome/ogp/

Si veda: www.slideshare.net/opengovit/report-della-societa-civile-sullimplementaz…

L’associazione italiana di Ecologia Umana nasce quale spin off dell’Università degli Studi di Padova con lo scopo di raggruppare professionisti in grado di operare in un contesto di integrazione tra le culture scientifica, umanistica e tecnologica, operando nei processi di trasformazione in atto. Si veda: www.aieu.org

Si veda: www.aieu.org/pdf/6_scala_livelli.pdf

Si veda: www.istat.it/it/archivio/128371

Rispettivamente: Matteo Renzi 35%, Matteo Salvini 21% Silvio Berlusconi 16% Giorgia Meloni 15% Beppe Grillo 14% Angelino Alfano 12% Nichi Vendola 9%, fonte istituto EMG, 22/23 novembre 2014

Massimiliano Dragoni

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