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Incontro con il gen. Patrick De Rousiers

Patrick De Rousiers è un militare, Generale dell’Aviazione Francese e – da tre anni – Presidente del Comitato Militare dell’UE. In questo periodo si è trovato a coordinare un’attività che, per numero e tipologia, non si era mai avuta nella storia UEMC.

Abbiamo avuto l’opportunità di un’ora di colloquio con lui, per raccogliere il suo punto di vista sul contributo che il sistema militare ha potuto dare e potrà dare al ruolo che l’UE intende giocare nel contesto mondiale attuale.

Il Generale – nella più pura tradizione francese – sa usare le parole ed i concetti ad esse collegati con ricchezza di sfumature, per cui è ben possibile riarticolare il suo pensiero intorno al alcune parole chiave.

Solidarietà

Introducendoci alle cose dell’UEMC il Generale ha anzitutto precisato che tale organizzazione non è un’alleanza, quindi è per sua natura diversa dalla NATO; e questa peculiarità va interpretata e calata concretamente – in particolare dal suo Presidente – nella sua azione di indirizzo e coordinamento.

Un principio fondamentale di questa azione è la cura costante nel riconoscere a tutti gli Stati membri un ruolo e un ascolto paritetico, pur nella differenza delle stili politici e degli strumenti operativi: in altre parole occorre applicare il principio della solidarietà collegiale.

Cosa – aggiungiamo noi – non sempre facile con un consesso di quasi trenta attori, di cui nove impegnati direttamente in sei operazioni e quasi 5.000 uomini coinvolti.

Questo metodo di “solidarietà di indirizzo” è alla base del successo delle operazioni.

A questo riguardo il Gen. De Rousiers ha voluto precisarci che un’ operazione dell’UEMC può definirsi un successo quando, come nel caso ATALANTA e EUTM MALI, essa sa valorizzare l’aspetto istituzionale dell’UE e coinvolgere su una piattaforma di crisi condivisa i partner non europei.

Leadership

Tutti gli appartenenti al sistema UEMC sono ascoltati con la stessa attenzione, ognuno è importante; ma non tutti sono leader.

E il sistema ha bisogno di leader: che prendano l’iniziativa, che mostrino generosità in termini di strumenti e uomini, che sappiano coordinare in modo costruttivo le azioni, che siano disponibili ad assumersi rischi.

In questo senso il Generale ci ha potuto confermare che durante il suo periodo di presidenza ha visto crescere notevolmente la capacità degli Stati di assumersi i rischi propri di questo genere di interventi. E ciò vale per alcune nazioni in particolare; tra cui l’Italia che ha tutt’oggi il comando di due operazioni sotto egida europea.

Operatività duale e a lungo termine

Gli interventi dell’UEMC non sono stati esclusivamente e specificatamente pure operazioni militari.

Essi si inseriscono in un mandato più ampio, che parte sempre dall’ “esserci per aiutare” , sia nel fornire sicurezza che per sostenere operazioni più genericamente di difesa civile.

Non si dimentichi il sostegno dato durate la fase acuta della cosiddetta Crisi Ebola.

In secondo luogo si è ormai dimostrata la capacità di sostenere operazioni a lungo termine, come ATALANTA, attiva sin dal 2008.

Va ricordato, inoltre, l’enorme sforzo di salvataggio di persone in mare e il lavoro di intelligence che accompagna l’azione di contrasto duro a coloro che trafficano vite umane mettendone anche a repentaglio la sopravvivenza.

Queste tre operatività sono distinte, ma devono essere comprese e impostate sotto una strategia unitaria, sia per essere efficaci sia per mostrare più chiaramente l’approccio e la volontà dell’UE rispetto a questo tipo di situazioni.

Dialogo Strategico

L’UE agisce nel mondo e la sua azione di politica estera, compresa la dimensione militare, necessita di una strategia.

Per questo il Gen. De Rousiers ha dedicato una parte importante del suo tempo a sviluppare quello che viene definito dagli addetti ai lavori “dialogo strategico” ; in particolare con Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud e Australia.

Questo lavoro è un lavoro a lungo termine, ove chi semina non sarà lo stesso che raccoglierà; ma la dimensione globale di alcune tematiche impone questo sforzo.

Il Generale ha tenuto a portarci come esempio i recenti colloqui con i massimi vertici militari cinesi. I primi nella storia dell’UEMC.

L’importanza della dimensione strategica di questo dialogo è emersa dai temi posti sul tavolo: dove, ad esempio, con la Cina si è parlato anzitutto di Africa e sicurezza informatica.

I nostri militari impegnati in Somalia si trovano comunque già ad operare a fianco di militari cinesi lì presenti per altre operazioni.

Il dialogo strategico, ha continuato il Generale, punta anzitutto a farsi conoscere per ciò che si è e ciò che non si è; il tutto per meglio capirsi quando le situazioni concrete imporranno o consiglieranno una collaborazione operativa.

Primato della Politica

Più volte nel nostro incontro il Gen. De Rousiers ha tenuto a sottolineare che l’UEMC è uno strumento a disposizione della politica, e neppure l’unico; anzi la sua efficacia ed efficienza viene valorizzata e potenziata dalla sintonia con gli altri strumenti a disposizione dell’UE; quali quello diplomatico, quello economico e quello di aiuto allo sviluppo.

Con questa precisazione il Generale non ha solo richiamato il primato della politica, dell’obiettivo sullo strumento, ma ha anche richiamato la necessità di un approccio omnicomprensivo alle crisi, al fine di essere credibili sin dall’inizio di un’azione agli occhi dei nostri interlocutori mondiali.

In questo senso una messa a giorno della strategia europea elaborata nel 2003 si rende necessaria; come pure la definizione del mandato strategico affidato allo strumento militare: una cosa è essere uno strumento a garanzia della sicurezza dei confini, altro è essere uno strumento di mitigazione e gestione di crisi regionali. Su questi punti l’invito è quello una riflessione più contestualizzata all’oggi.

Il Futuro

Due sono le linee di ragionamento proposte dal Generale: una che rivolge lo sguardo all’interno dello strumento UEMC e una rivolta allo scenario mondiale.

Per quanto riguarda l’aspetto “ad intra”, pur riconoscendo un importante percorso fatto in particolare nella capacità degli stati di assumersi rischi, molti sono ancora gli spazi di miglioramento; in particolare occorre superare la mancanza di una capacità permanente di Comando e Controllo, aumentare la capacità operativa e la capacità di analisi, potenziare lo staff in termini di risorse umane.

Sul piano esterno sarà senza dubbio utile continuare il dialogo strategico e potenziare l’approccio multilaterale. E in termini di osservazione regionale non perdere di vista lo scenario libico, attivando una prudente pianificazione operativa in collaborazione con i partner d’area (es. Tunisia ed Egitto).

I dati delle tabelle allegate mostrano con chiarezza la quantità di lavoro svolto dal Gen. De Rousiers , dal Comitato che egli presiede e anche dal suo staff.

Indubbiamente tre cose emergono, sia come lavoro svolto che come patrimonio consegnato al suo successore:

  • il grande impegno nel dialogo interno al Comitato
  • l’attenzione ad un approccio comprensivo nella gestione delle operazioni
  • lo sforzo nell’impostazione di un dialogo strategico capace di prospettiva.

Un lavoro corposo che lascia un’eredità importante, aperta e significativa.

Un buon punto di arrivo per il Gen. De Rousiers e una solida base di partenza per il suo successore Gen. M. Kostarakos.

Ad ogni modo, un buon risultato per tutta l’Europa.

Le nuove frontiere della comunicazione strategica del Ministero della Difesa

Volge al termine il periodo di sperimentazione della Comunicazione Strategica applicata al Ministero della Difesa secondo le regole contenute nella Direttiva Ministeriale sulla Politica Militare 2013[1].

Le molteplici sfide poste in essere da una sempre maggiore internazionalizzazione militare, da un crescente peso comunicativo dei Social Network, capaci ormai di abbattere qualsiasi frontiera e barriera, gli innumerevoli sforzi messi in campo dalla Difesa in attività di supporto e Peace-Keeping, la collaborazione con organismi internazionali come la N.A.T.O. hanno reso indispensabile dotare il Ministero della Difesa di una sorta di vademecum al fine di uniformare mezzi, strumenti e modalità di comunicazione per tutto il personale.

E’ un momento di radicale cambiamento nell’assetto e nelle funzioni del Dicastero: da un lato è sempre più coinvolto in contesti internazionali per co-operare con altre forze, politiche e militari, nella gestione delle crisi internazionali su diversi fronti. Parimenti, a livello interno, la legge delega[2] prevede un riassetto dell’ambito militare per renderlo più efficiente e, al contempo, più “sostenibile” nel lungo periodo.

Alla luce di questi profondi mutamenti e della riorganizzazione, si rende oltremodo necessario dotare tutto il personale, ad ogni livello, di uno strumento comunicativo che faccia parte di una strategia concertata a più ampio raggio. La condivisione, la compartecipazione, il principio di “unità” rende evidente come non si possa più prescindere dalla visione d’insieme nell’affrontare le nuove frontiere.

E questo, vieppiù, nella Comunicazione.

L’Istituto di Ricerca sulla Pubblica Opinione nel 2012 ha effettuato un sondaggio dal quale si evince che il 92% degli intervistati vede le Forze Armate come “simbolo dell’identità nazionale” e per l’84% sono “un’Istituzione importante del Paese al pari del Governo e della Magistratura”. Sono fonte di orgoglio, di prestigio in ambito internazionale. Ma la medesima ricerca ha anche evidenziato come non ci sia una diffusa conoscenza della composizione e delle attività dei nostri Militari, né del processo in atto per ottimizzare le risorse mantenendone la competitività e la professionalità.

Il programma della Comunicazione per il 2013 ha insistito su questi punti come obiettivo principale delle diverse attività in fieri, dalla partecipazione ad eventi e manifestazioni, a progetti pubblicitari, all’edizione di corsi e Master in giornalismo internazionale e tematiche relative alla sicurezza nelle aree a rischio.

Per ogni manifestazione promossa o in cui c’è stata la presenza delle Forze Armate, a monte si può riscontrare un’attenta analisi relativa al target di riferimento, agli strumenti per valutare la fattibilità prima ed il Ritorno dell’Investimento poi (ROI), al budget previsto.

Ogni atteggiamento, comportamento, parola, gesto ed evento hanno una connotazione comunicativa, si trasmette un messaggio in ognuno di questi modi, provocando certamente effetti più o meno visibili nell’ambiente circostante. Ed è proprio partendo da questo presupposto che dotare la Difesa – a tutti i livelli – di una Direttiva rende possibile uniformare i linguaggi ed i messaggi in modo che non vi siano contrasti interni che creino all’esterno confusione derivante proprio da messaggi non omogenei.

Comunicare efficacemente significa innanzitutto sapere esattamente quale messaggio si vuole diffondere e a chi rivolgersi. Una volta identificati questi punti chiave, è necessario “tarare” la modalità comunicativa in funzione dello stakeholder[3] cui ci si rivolge. Comunicazione interna, comunicazione esterna, comunicazione istituzionale hanno così le loro peculiarità dettate dal linguaggio da utilizzare affinché il messaggio arrivi al destinatario/al target di riferimento nella maniera più idonea a essere recepito.

Nello specifico definire gli obiettivi, progettare le modalità di raggiungimento e individuare le risorse disponibili, analizzare l’heritage[4] dell’organizzazione, mettere in atto il progetto, valutare il feedback, tenendo presente che concretizzare e valutare il ritorno della comunicazione strategica è un processo di lungo periodo.

Parliamo dello scopo. O meglio, dai temi della comunicazione del Dicastero:

  • REVISIONE DELLO STRUMENTO MILITARE: come accennato poco sopra, i decreti legislativi che discenderanno dall’implementazione della legge delega attueranno una profonda modifica dello strumento militare, al fine di renderlo più sostenibile finanziariamente nel lungo periodo, mantenendone integre le caratteristiche di efficacia ed efficienza operativa. Inoltre, il livello tecnologico dovrà essere sempre in grado di integrarsi con le forze sovranazionali in un progetto di Difesa e Sicurezza Europea.
  • OPERAZIONI MILITARI e DIFESA EUROPEA E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: è noto e costante l’impegno delle Forze Armate Italiane nella difesa della pace a livello internazionale, con la propria presenza in molteplici aree in cui la pace e la Sicurezza sono ancora di difficile attuazione. In questo senso è fondamentale la capacità di integrazione con le altre Forze in campo e di dare una visione di unità e cooperazione.

L’immagine dell’organizzazione presso i target di riferimento è il risultato di diversi fattori e di comportamenti che si susseguono nel tempo. In ogni caso, i presupposti sono la credibilità, l’integrità e l’affidabilità. Ed è per questo motivo che sono stati identificati in maniera chiara i diversi pubblici di riferimento: i mass media, gli Organi Istituzionali, la Diplomazia Internazionale, gli opinion-leader nei rispetti settori di riferimento, i Partners Privati con cui la Difesa si trova a operare ed i membri stessi della Difesa.

Il fondamento e cardine è la partecipazione: la Comunicazione ha profonde ripercussioni su tutte le altre funzioni aziendali, perché attraverso di essa si crea la visione dell’organizzazione. Si parla quindi di approccio strategico alla Comunicazione: non sono solo i Managers della comunicazione a diffondere il messaggio, ma ciascun elemento, ciascun organismo attraverso le proprie azioni ed i propri comportamenti si fa portatore di un messaggio. E’ fondamentale adottare un approccio strategicamente coerente con l’immagine che si vuole costruire o rafforzare.

Ed è qui che la comunicazione interna gioca un ruolo fondamentale. La Delibera del Ministero pone l’accento sull’importanza di diffondere un sistema valoriale condiviso e di comunicare a ciascun membro i cambiamenti dell’organizzazione stessa.

Prima appannaggio principale dei Comandanti, ora la comunicazione non è vista più come un processo dagli Organi superiori verso gli elementi di grado inferiore, bensì un processo che lega anche le sfere trasversali per una maggiore sinergia, coesione e consapevolezza.

La comunicazione Istituzionale si trova a gestire la crescente complessità legata allo sviluppo e alla sempre maggior diffusione di canali di informazione mediatica alternativi rispetto a quelli tradizionali. Occorre pertanto un team che si occupi della gestione della Comunicazione, creando relazioni con il mondo dei mass-media, diventando interlocutore continuo, fonte di notizie e di eventi atti a mantenere viva l’attenzione su di sé. Ma se è vero, come è vero, che i contesti operativi della Difesa varcano sempre più spesso i confini nazionali e sono in risposta a emergenze che richiedono una tempestività di intervento, si viene a creare sempre più frequentemente la necessità di rispondere in maniera altrettanto tempestiva e puntuale anche ai mezzi di comunicazione, all’opinione pubblica, alle Forze Internazionali in campo. Attraverso le linee guida della Direttiva, da un lato si evidenzia la necessità della tempestività nel fornire al personale a diretto contatto con l’esterno le indicazioni sui messaggi da veicolari e sulla modalità, d’altra parte si evidenzia come diventi fondamentale che tutto il personale di ogni ordine e grado sia a conoscenza e condivida le modalità operative e sia adeguatamente formato nell’affrontare la comunicazione con l’esterno.

Le Forze Armate godono tutt’ora di una visibilità estesa in termini positivi; hanno saputo nel tempo creare un clima di fiducia e di attaccamento nella popolazione, rafforzare la propria immagine e promuovere non solo le loro attività, ma anche i valori che animano il Personale militare. La Direttiva pone l’accento sull’importanza di estendere la comunicazione anche attraverso attività all’interno di gruppi dotati di specificità, come le scuole e Università, le associazioni culturali e le comunità che vivono a stretto contatto con presidî militari con il duplice scopo di mantenere forte il legame con la popolazione, dall’altro anche per estendere la conoscenza e l’arruolamento.

Ciò che in questa sede preme sottolineare è la modernità e la profondità dell’approccio alla comunicazione, vista non solo fine a stessa, ma all’interno di un marketing mix volto a mantenere alto il posizionamento del brand “Difesa”.  Non si ragiona in termini di sola “Informazione”, ma si parla di “Public Affairs”, di una dimensione cognitivo – semantica volta a implementare il quadro concettuale nell’ambito delle strategie di “Approccio Nazionale Multi Dimensionale” alla gestione della crisi, a delineare il ruolo delle Information Operations[5].

Allineata ai Partners internazionali con cui coopera efficacemente da anni, innovativa nella visione di se stessa come “moltiplicatrice di potenzialità”, tradizionale nell’onorare i valori della nostra Nazione e della nostra cultura, la Difesa affronta la nuova era della comunicazione forte di un’analisi e di una strategia capace di ottemperare alle diverse richieste provenienti dai diversi attori sociali con la certezza di essere un Partner centrale per le Forze Internazionali.


[1] M_D GUDC 0026567 del 15 luglio 2013.

[2] Legge 31 dicembre 2012, n. 244 – Delega al Governo per la revisione dello Strumento Militare Nazionale e norme sulla medesima materia.

[3] Si definiscono Stakeholders “tutti i soggetti che possono influenzare oppure che sono influenzati dall’impresa. L’impresa deve tener conto anche di quanti non hanno potere diretto su processi e profitti, ma ne subiscono le conseguenze.” E. Freeman, W. M. Eva, “A Stakeholder approach on modern corporation”, 1984.

[4] Per Heritage si intende l’identità dell’Istituzione derivante dalla sua storia, dalla valorizzazione dell’eredità trasmessa dalle azioni compiute e dai valori trasmessi.  E. J. E. Hobsbawn, T. Ranger, “L’Invenzione della tradizione”, 1984, S. Greyser, J. Mt Balmer, “Brand Management”, Vol. 15, N.1, 19/04/2007

[5] INFORMAZIONI DELLA DIFESA 4/2012: “funzione militare preposta al coordinamento di attività militari collegate con le informazioni ed i sistemi preposti alla loro trasmissione al fine di creare effetti desiderati sulla volontà, comprensione e capacità dell’avversario, di potenziali avversari ed altri gruppi obiettivo (essi possono includere decision maker, gruppi etnici e/o culturali, elementi della comunità internazionale ovvero coinvolti nelle attività informative dell’Alleanza”.

La cooperazione civile e militare di TAACW e ISTRID supportano il carcere maschile di Herat

Train Advise Assist Command West – Afghanistan

Herat, 27 luglio 2016: Nell’ambito delle attività di Cooperazione Civile e Militare, si è svolto nei giorni scorsi, presso la meeting room del Training Center di Camp Arena, il workshop dal titolo “La vita del Carcere: Regole, Sicurezza e Umanità”. Relatore il Dott. Roberto Faccani dell’Istituto Ricerche Studi Informazioni Difesa (ISTRID) con la partecipazione della Procura del Tribunale di Herat.

Si è trattato del secondo corso svoltosi nell’arco del 2016. Il precedente, realizzato a favore del carcere femminile, riguardava essenzialmente l’uso della comunicazione nel rapporto guardia carceraria e detenute.

Durante il corso sono stati trattati argomenti riguardanti le regole della vita carceraria, la sicurezza delle guardie e dei detenuti, oltre che i riferimenti normativi afferenti alla norma penitenziaria europea ed afghana riguardanti il rispetto dei diritti umani.

L’attività di formazione svolta ha avuto un particolare riscontro nel contesto afghano e si inserisce nel quadro del compito affidato a TAACW, nell’ambito della missione NATO “Resolute Support”, che è quello di addestramento e consulenza nei confronti delle Forze di Difesa e Sicurezza locali (ANDSF).

Al termine del workshop il Comandante del TAAC-W (Train Advise Assist Command West), Generale di Brigata Gianpaolo Mirra, e il Dott. Roberto Faccani hanno consegnato ai partecipanti gli attestati di partecipazione.

L’ISTRID opera da oltre un ventennio nel campo della Cooperazione civile e Militare supportando le popolazioni in cui operano le Forze Armate nei Teatri Operativi.

Elementi di riflessione sul Patto di Stabilità e l’instabilità italiana

L’anno 2014 si é chiuso sotto degli auspici poco ottimistici. Stando alle stime dell’ISTAT, il debito pubblico ha toccato il 130% del Prodotto Interno Lordo, (PIL) che a sua volta ha accusato una contrazione (che le prime indicazioni danno attorno al -0,3%), mentre la disoccupazione ha superato il 13%. L’Italia, che rappresenta il 18 per cento del debito pubblico dei 28 paesi dell’Unione, è l’unico paese di grandi dimensioni in Europa in recessione da undici trimestri, con il secondo numero di disoccupati più alto della zona Euro (3,3 milioni a fine 2013) e un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (8,3 per mille abitanti). Non a caso la Commissione Europea a fine novembre ha ricordato all’Italia di accelerare l’attuazione delle riforme in attesa del giudizio sulle medesime che arriverà a marzo 2015.

Ma le cattive notizie non finiscono qui. Il 2014 vede i sintomi di quello che potrebbe diventare una forte instabilità sociale. La crescente sfiducia nelle istituzioni, al punto del disprezzo nei confronti della politica e una crescente paura della povertà stanno portando settori sempre più vasti della popolazione a doversi arrangiare. Alcuni indicatori di questo disagio si possono vedere dall’evasione fiscale, addirittura totale in aree ad alta densità malavitosa, alla fuga dei giovani alla ricerca di un futuro all’estero. Non ultimo il rapporto del CNEL e ISTAT BES2014 – Benessere Equo e Sostenibile – presentato a Roma il 26 giugno 2014 accende i riflettori sia su una criminalità spicciola in rapida ascesa nei centri abitati sia sulla criminalità organizzata che sempre più sistemicamente infiltra gli appalti pubblici.

Il 2015 sarà l’anno delle decisioni improrogabili. Smaltita la sbornia dell’Expo, le aziende nostrane dovranno tornare a cimentarsi con la concorrenza internazionale, in una realtà che comunque la si guardi non potrà che offrire sfide. L’Italia diventerà una palestra ove si metterà a prova una parte rilevante del patto di stabilità. Questo infatti dovrà dare prova di elasticità e resistenza, e soprattutto di affidabilità e certezza.

Questo breve scritto, partendo dagli impegni sottoscritti dall’Italia in seno all’Unione Europea, esaminerà la situazione economica attuale, confrontandola con gli elementi salienti con la crisi vissuta negli anni settanta, ovvero, il periodo di maggiore prossimità con il momento attuale. Se negli anni di piombo l’Italia visse tra stagnazione economica e inflazione a due cifre, il decennio che è iniziato con la crisi del 2008 rischia di proporre uno scenario altrettanto devastante, in particolar modo sulla coesione sociale.

Nella seconda parte di questo articolo, partendo dall’evidenza dei dati attuali, si cercherà di individuare azioni e strumenti per la pubblica amministrazione che possano facilitare un’inversione di tendenza nella disaffezione della società. L’obiettivo ultimo è comunque quello di sensibilizzare il lettore sul necessario cambiamento che la società nel suo insieme deve operare per scongiurare una crisi sociale di cui non si possono ancora stimare le conseguenze.

La nuova Europa

Che cosa è successo a quell’Europa che elargiva finanziamenti a pioggia, perdonando le manchevolezze italiane con bonaria pazienza? Purtroppo quell’Europa non esiste più. Per capirne le ragioni dobbiamo guardare alla storia recente dell’Europa e, conseguentemente, dell’Italia.

Un buon punto di partenza è il trattato di riforma detto anche di ‘Lisbona’. Questo trattato approvato dal Consiglio della UE nel 2007 ha riscritto i fondamentali del vivere comune in Europa, introducendo il nuovo patto per la stabilità, la crescita e l’occupazione. Non si deve dimenticare che il trattato fu redatto dopo che la Costituzione europea fu bocciata dal ‘no’ dei referendum francese e olandese del 2005. Questa battuta di arresto nella costruzione europea, suonò come una campana di allarme in vari stati membri della zona Euro. Divenne chiaro che una moneta unica senza una coerente e condivisa politica economica e sociale non poteva essere una situazione sostenibile. Per affrancarsi nel contesto internazionale, l’eurozona doveva dotarsi di una politica economica omogenea e coordinata. Così come nel 2005 mancò la volontà, nel 2008 la crisi economica – corollata da un possibile collasso dell’intero sistema finanziario – creò i presupposti per una decisione politica forte.

Il protrarsi della recessione e la crisi del debito sovrano nel 2009, spianarono la strada per le ulteriori riforme dei metodi di controllo e di coordinamento dell’economia dell’Unione, ed in particolare della zona Euro. Con l’introduzione nel 2010 di un calendario di programmazione economica, detto anche “Semestre Europeo”, l’Unione si assicurava che gli Stati membri si coordinassero efficacemente, allineando i propri programmi economici e di bilancio con precise scadenze nell’arco dell’anno. Dal 2012 tali regole sono state efficacemente rafforzate e rese obbligatorie attraverso il fiscal compact. Il 30 gennaio 2012 il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, approvò il nuovo patto di stabilità, denominato “fiscal compact”. Questo patto entrò in vigore nel maggio 2013 (l’Italia fu tra le prime a ratificarlo nel settembre 2012 con il governo Monti). Tra gli elementi principali del Fiscal Compact si ricorda:

  • L’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (art. 3, c. 1)
  • L’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • L’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • L’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • L’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà vagliato dalla Corte europea di giustizia;
  • L’impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea (art. 6).

Il patto consente agli stati membri di fare osservazioni sui programmi degli altri paesi dell’Unione e permette alla Commissione di offrire un orientamento politico in tempo utile prima che vengano adottate decisioni a livello nazionale. La Commissione verifica altresì se gli Stati membri stiano lavorando per la realizzazione degli obiettivi in materia di occupazione, istruzione, innovazione, clima e riduzione della povertà fissati nella iniziativa politica Europa 2020 – la strategia di crescita a lungo termine dell’UE. Non ultimo, il patto introduce la condizione di pareggio di bilancio nella legislazione nazionale onde ottenere eventuali prestiti da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Il patto di stabilità prevede una procedura per i disavanzi eccessivi che possa essere avviata anche preventivamente nei confronti di degli Stati che avendo un debito superiore al 60% del PIL non attuano misure sufficienti per ridurre il loro indebitamento netto – ovvero di una riduzione pari ad almeno il 5% all’anno in media nell’arco di tre anni. Inoltre, il patto introduce un nuovo parametro di riferimento per la spesa pubblica: questa non può crescere oltre la crescita stimata del PIL a medio termine, a meno che non sia coperta da entrate adeguate. Questo implica che se uno stato come l’Italia perde punti di PIL, la spesa pubblica deve essere ridotta di altrettanto, e laddove si volesse aumentare l’indebitamento, lo stato deve introdurre tasse ad hoc per coprire la spesa. Il principio è tanto semplice quanto difficile da attuare: maggiori uscite solo a fronte di maggiori entrate.

Pur portando il governo nazionale a ragionare come un ‘buon padre di famiglia’, il patto introduce una filosofia di gestione della cosa pubblica che è nuova nella tradizione italiana. Per la prima volta la politica deve ubbidire alle ragioni dell’economia; questo nuovo ordine riduce sostanzialmente le prerogative e gli spazi di manovra del governo nel momento alto del ‘policy making’. Queste limitazioni alla politica ‘creativa’, però, hanno destabilizzato il ‘Sistema’ Italia. Il rigore con scadenze precise del semestre europeo ha obbligato i governi a tenere fede ai propri impegni. Il Fiscal Compact e le sue procedure mette lo Stato Italiano fortemente a disagio. Il metodo che aveva garantito la governabilità – ovvero enormi spazi di manovra negoziale con le parti sociali e con l’opposizione – è saltato. Non ci sono più spazi per accordi e impegni senza copertura di bilancio.

Inoltre, con il Fiscal Compact si introduce un efficace strumento di persuasione (soprattutto per i governi indisciplinati): l’Early Warning. In caso di “deviazione significativa” dagli obiettivi, la Commissione emette un avvertimento allo Stato membro. La situazione dello Stato è poi monitorata dalla Commissione nel corso dell’anno e, laddove non corretta, può essere richiesto un deposito fruttifero pari allo 0,2% del PIL. Questa somma viene restituita allo Stato membro quando adeguate misure correttive sono introdotte.

Il trattato prevede anche una procedura rapida per i deficit oltre il 3% in virtù della quale gli stati deficitari sono assoggettati a controlli supplementari e viene loro assegnato un termine per la correzione del disavanzo. Terminato questo periodo e in modo semi automatico si introducono sanzioni che possono essere aumentate gradualmente fino al 0,5% del PIL in caso di frode statistica accertata o includere la sospensione dell’erogazione fondi strutturali dell’Unione.

Infine, il nuovo sistema di voto a maggioranza qualificata inversa (reverse qualified majority) permette un minore margine di negoziato in sede europea, poiché le sanzioni si ritengono approvate dal Consiglio a meno che la maggioranza qualificata degli Stati membri non voti contro – il che non é per nulla scontato nell’attuale contesto economico. Insomma, si direbbe quasi che le istanze europee possono incidere sull’economia dell’Italia in misura maggiore del governo italiano stesso. Questo é sinceramente un cambiamento importante dell’Europa, rispetto al passato.

La situazione italiana

Il 21 ottobre 2014 l’Istat ha trasmesso alla Commissione europea la Notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP). Questo documento fotografa la situazione italiana al 30 giugno 2014. L’indebitamento netto – o disavanzo – dell’Italia è pari a 45.958 Meuro ovvero il 2,8 % del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano. Il debito pubblico a fine dicembre 2013 si attesta a 2.069.841 Meuro, ovvero pari al 127,9% del PIL che a fine 2013 ammontava a 1.618.904 Meuro. Il PIL dell’Italia corrisponde a circa il 12 per cento dell’economia europea (pari a circa 13,069,730 Meuro) ed al 18,4 per cento del debito pubblico dei 28 Stati membri (pari a 11 280 986 Meuro a settembre 2013)

Dati non molto incoraggianti per una ripresa dell’economia stimata dall’Istat nel 0,6 per cento nel 2015 e dell’uno per cento nel il 2016. Ma ancora più arduo sarà il cammino che l’Italia dovrà intraprendere nei prossimi anni. Non se ne sente parlare molto nei mass media e una ragione c’é. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta.

Il patto di stabilità, con l’adozione del “Fiscal Compact” obbliga gli Stati a ricondurre il proprio debito pubblico al 60% del Prodotto Interno Lordo entro un periodo massimo di vent’anni. Ovvero, entro il 2034 il debito pubblico italiano dovrà scendere dal 127 per cento al 60 per cento del PIL, cioè di approssimativamente 1.340 Miliardi di euro. Se si applicasse una riduzione lineare, si può stimare che lo stato opererà un taglio alla spesa pubblica in circa 70 miliardi di euro all’anno per i prossimi vent’anni. In più, prima di poter operare questa riduzione lineare del debito, lo Stato italiano deve portare a zero il disavanzo o indebitamento netto. Questo nel 2013 è stato pari a 45.958 euro. In termini concreti questo significa che prima di poter iniziare a ridurre il debito, l’Italia deve arrivare al pareggio di bilancio per il 2015. Ciò, vuol dire uno sforzo straordinario di abbattimento della spesa pubblica di circa 116.000 euro per la programmazione 2015, ovvero del 7,2 per cento della spesa pubblica nei valori del 2014. Una stima approssimativa darebbe un impatto negativo sulla crescita del PIL stimabile tra l’1,8 e il 2,0% per il 2015-2016.

Se invece l’Italia, decidesse di rientrare dal proprio disavanzo su più anni, per esempio su dieci anni, i prossimi anni vedrebbero le spese dello stato ridursi di circa 75 milardi di euro ogni anno, ovvero mediamente del 4,6 per cento della spesa con un impatto sul PIL di circa 0,8 all’1 percento in meno. Entrambe le opzioni avrebbero un forte carattere recessivo e dovrebbero essere accompagnate da altrettante misure volte alla rilancio del PIL. Misure che comunque necessiterebbero dell’approvazione dell’Europa, in quanto impatterebbero negativamente sul bilancio statale e porterebbero la spesa pubblica fuori dai parametri del fiscal compact.

Queste sono a grandi tratti le cifre. Ma quale sarebbe l’impatto sulla società e in particolare sui servizi che lo Stato eroga alla cittadinanza? Per esempio, se si volesse applicare un taglio lineare su tutti i capitoli di spesa, ciò colpirebbe anche la spesa sanitaria. Questa ammontava a fine 2013 a 109,25 miliardi di euro ovvero a circa il 7% del PIL. Un taglio del 4,5 per cento vedrebbe una riduzione del budget per la sanità di circa 5 miliardi di euro all’anno per dieci anni – con relativo riduzione dell’erogazione del servizio sanitario. E’ molto probabile che tale politica “contabile” crei un alto disagio sociale. Resta da capire quando la società passerà dal disagio al disordine sociale. Un compito non facile.

Il rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) pubblicato nel 2012 sul disordine sociale (in inglese ‘Social Unrest’) spiega come il disagio si trasforma in disordine quando sono date una serie di condizioni ambientali oggettive e soggettive. Il modello di riferimento (Basic Model) presentato in questo rapporto, espone tra le condizioni più importanti l’indifferenza da parte delle autorità pubbliche, la percezione di ingiustizia subita dal cittadino e la caduta di fiducia nelle istituzioni preposte, quali il governo. Il rapporto presenta questo modello con quatto livelli (Steps) di disagio: dalla espressione civile di disagio (comunication of Unrest) agli atti organizzati di violenza (Acts of organized civil violence). Se si volesse applicare il modello alla realtà italiana: si potrebbe dire che a fine 2014, la società italiana si trova al un secondo livello (organizzazione della protesta) con forti probabilità di arrivare al terzo livello (Mobilizzazione di gruppi organizzati di protesta) in breve tempo. Questo passaggio dipenderà dalle azioni che le autorità pubbliche ed in particolare del governo prenderanno per arginare la protesta e contrastare la disaffezione.

Per capire il futuro, conviene interpretare le dinamiche che si sono date in situazioni analoghe del passato. Il periodo più simile per rilevanza è probabilmente l’Italia del biennio 1974 – 1975, come mostrato nello studio commissionato nel 2009 dalla Banca d’Italia. I parametri economici si assomigliavano a quelli di oggi, con alcune significative eccezioni: l’inflazione era a due cifre – data prevalentemente dalla crisi del petrolio – e l’esportazione del made in Italy era in crescita – con un aumento del 10% nel 1976. Confrontando l’attualità con il biennio 1974-75 si nota che l’Italia aveva subito una contrazione del PIL del 3,8% (dal 2009 al 2013 tale contrazione ha superato il 7%), la disoccupazione era al 7,3% (nel 2013 la disoccupazione è al 12,8%) e l’inflazione era al 24% (deflazione nel 2013 pari a -0.2%). Se negli anni settanta la crisi del petrolio, ha generato una forte instabilità sociale, di cui si ricordano ancora oggi gli episodi di violenza organizzata, l’attuale crisi economica sta cambiando profondamente le dinamiche e la struttura stessa dell’economia italiana, influenzando le aspettative di benessere e prosperità della società a medio termine.

Il dato più preoccupante viene dalle regioni meridionali dell’Italia, dal Mezzogiorno. Questo territorio ha visto emigrare nel 2013 ben 116mila abitanti. Contestualmente alla ripresa dell’emigrazione, il sud ha visto aumentare il numero delle famiglie povere del 40%, ha assistito al crollo dei consumi del 13% e ha raggiunto un tasso di disoccupazione pari al 31,5%. Non a caso le previsioni economiche danno una perdita di 4,2 milioni di abitanti nel mezzogiorno nei prossimi 50 anni.

Sulla base dei fondamentali economici, lo scenario più probabile vedrà un’impoverimento progressivo della popolazione residente ed una minore copertura della spesa per il ‘welfare’. Questo impoverimento sarà sia economico che sociale, giacché si accentuerà l’emigrazione dei giovani verso l’estero e la “fuga di cervelli”. Chi vorrà rimanere in Italia, dovrà accettare condizioni di lavoro più precarie e meno remunerate. E’ quindi probabile che il disagio sociale evolva verso forme di disordine, quali scioperi e manifestazioni.

Per una società più stabile

Il futuro sta nelle mani dei cittadini e le decisioni di oggi danno forma e contenuto al domani. In quest’ottica di anticipazione, le istituzioni nazionali ed europee, devono compiere un operazione di “outreach” sociale di grande portata ed il legislatore deve dare risposte immediate alle istanze dei cittadini. Questi reclamano giustizia ed equità. Le istituzioni possono infondere fiducia, dimostrando in primis comprensione del disagio, capacità di dialogo e volontà di cambiamento. A tale fine esse devono aprirsi a rendere il cittadino partecipe delle difficili scelte, permettendogli di esprimersi su proposte legislative. La partecipazione é uno strumento efficace per mitigare il senso di esclusione che è alla base del disagio sociale, gli strumenti per creare tale vasta partecipazione esistono già grazie alla società dell’informazione.

Gli strumenti della società dell’informazione – ovvero dell’ossatura della più generale società della conoscenza – permettono al settore pubblico di attuare nuovi modelli di partecipazione civica e di relazione tra individui e comunità. Il nuovo paradigma di governo detto “Open Government” si fonda sul principio della cooperazione attiva con gli “Stakeholders”, ovvero, con le componenti sia produttive che associative della società, attraverso la trasparenza nei processi ed il dialogo aperto (open dialogue) sulle proposte dei cittadini.

In quest’ottica, dal dicembre 2012 il Governo italiano ha aderito all’iniziativa internazionale “Open Government Partnership (OGP) assumendo una serie di impegni con la società civile nell’ambito del primo piano d’azione. Questo piano mira a promuovere una serie di iniziative per la trasparenza e l’integrità nella Pubblica Amministrazione (PA), per la semplificazione della PA, per il coinvolgimento dei cittadini (engaging citizens), per l’Open data, e per l’etica, trasparenza e partecipazione nella PA. Purtroppo, a distanza di un anno dal lancio dell’action plan il coinvolgimento della società civile italiana è stato effettuato sporadicamente e in modo poco convinto ed efficace rispetto a quanto previsto. Il rapporto presentato a luglio 2013 da alcune Associazioni attive sui temi dell’Open Government sull’attuazione degli impegni assunti dal Governo italiano nell’ambito del primo action plan ha mostrato come solo l’11% degli obiettivi che il Governo italiano si era posto sono stati effettivamente raggiunti.

Questa mancanza di cooperazione e di attuazione delle iniziative del piano d’azione dimostrano che il sistema di comunicazione a 360° della PA nel suo complesso non sia ancora in grado di rispondere attivamente alle sollecitazioni della cittadinanza. I continui cambiamenti delle dinamiche sociali a cui é soggetta la società non riescono ad essere percepiti dalla PA a cui mancano gli strumenti interpretativi delle informazioni disponibili, soprattutto di quelle più utili all’adeguamento della propria offerta alla domanda di servizi. Vi sono molteplici aspetti da prendere in considerazione per analizzare a fondo le attuali criticità del sistema di comunicazione pubblica, tra questi un paio meritano particolare attenzione:

  • Innanzi tutto, l’adeguamento degli strumenti di raccolta della conoscenza esistenti (banche dati, portali d’informazione, siti web, ecc.) alle esigenze espresse dalla società. La rete informativa del processo decisionale delle PA risulta ancora disomogenea e frammentata. Ciò impedisce l’utilizzo, secondo una condivisa e univoca cornice di regole operative e standard descrittivi, dei numerosi dati disponibili. Emerge quindi la necessità di sviluppare gli standard per una piattaforma informativa unica della PA quale singolo canale d’informazione civica (accreditata, scientificamente attendibile, coerente e, soprattutto, aggregata), che sia governato con la cittadinanza attiva e a cui partecipino più soggetti (pubblici e privati) ognuno per la parte di competenza in materia (es. Open Science).
  • La sperimentazione di nuove modalità di comunicazione bidirezionale con il cittadino e la loro attuazione on line, garantendo la sicurezza e la massima trasparenza dei dati. Nonostante gli sforzi compiuti – per esempio con l’Open Government Partnership – e qualche significativo risultato, prevale ancora il distacco tra il linguaggio e la tempistica della stessa PA e quelli utilizzati dai cittadini. Tale sperimentazione dovrebbe portare infine all’adeguamento della ‘governance’ dell’intero sistema istituzionale di comunicazione. Infine, le proposte e le azioni risultanti da questa comunicazione bidirezionale si devono riscontrare nella programmazione di governo.

Tale salto di paradigma nella programmazione e gestione della cosa pubblica richiede un grande sforzo di comunicazione della PA, passando dalla semplice informazione alla generazione di conoscenza e consapevolezza nelle comunità locali per la collettività in generale. Adeguamento possibile grazie alla modernizzazione dei sistemi di diffusione della conoscenza, all’introduzione di valide soluzioni tecnologiche, alla sperimentazione di nuove modalità di collaborazione fra PA e cittadino, all’utilizzo del “Open Data”, ovvero di informazioni libere e aperte, fruibili in rete. Questa partecipazione attiva attraverso i canali istituzionali e network sociali, deve essere stimolata e alimentata, in un vero e proprio processo di costruzione collettiva coordinato dalla Pubblica Amministrazione e caratterizzato dal confronto con gli “Stakeholders”, oltre che dall’azione e indirizzo dei decisori politici.

In questo senso, l’Associazione Italiana di Ecologia Umana (AIEU) ha rielaborato recentemente la scala dei livelli partecipativi proposto da Sherry R. Arnstein nel 1969. Secondo Arnstein, la Pubblica amministrazione deve passare da una partecipazione apparente – attraverso processi che attribuiscono un ruolo del tutto passivo alla cittadinanza, finalizzati esclusivamente a far accettare e ad ottenere il consenso per scelte politiche e progetti già deliberati dall’Amministrazione – ad una partecipazione attiva ed ‘empowerment’ che prevede il diretto coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali.

Questa collaborazione e condivisione di obiettivi tra tutti i soggetti pubblici e privati richiede una grande trasparenza dei processi decisionali del settore pubblico, che a sua volta obbliga alla ricerca di nuovi canali di comunicazione a 360° e all’identificazione di nuove modalità di integrazione della cittadinanza nel processo legislativo. Queste sono alcune delle premesse necessarie per una maggiore consapevolezza del valore ‘societale’ da parte dei cittadini – valore che si puó riassumere nello slogan ‘Citizen Social Responsability’. Un approccio valido potrebbe essere l’uso dell’”Open Science” o “Citizen Science” per le decisioni politiche che impattino sulla collettività.

Attuare l’Open Science richiede l’introduzione di un sistema di condivisione di conoscenze e di strumenti per raggiungere l’obiettivo di accesso alle competenze specialistiche dei cittadini e di promuovere la loro consapevolezza sociale. In un regime di blocco della spesa pubblica, appare necessaria un’attenta ristrutturazione organizzativa nell’impiego delle risorse umane e finanziarie sia per la comunicazione ‘intelligente ed interattiva’ sia per quelle formative ed educative che sono alla base del processo di acquisizione della consapevolezza sociale. In tale ottica, la razionalizzazione imposta dalla “spending review” – indotta dal Patto di Stabilità citato sopra – può essere vissuta come un’opportunità di crescita. Si tratta di fare di necessità virtù, attraverso l’esplorazione d’inedite collaborazioni tra operatori pubblici e privati (quali Public Private Partnerships), anche a beneficio dello sviluppo di nuove professionalità (ad esempio green jobs o social care-taking) e dello stimolo all’imprenditorialità. In quest’ottica di partecipazione, le strutture pubbliche dovranno saper gestire grossi volumi di dati con una modalità “Open” e sicura. La PA avrà perciò un’altra sfida: l’uso efficiente e la gestione dei Big Data, la cui crescita esponenziale è dovuta alla sempre maggior uso dei social media, i blog, i portali e i siti informativi sul web; una vera miniera d’oro per sondare la temperatura della società e prevenire stati febbrili.

Purtroppo l’evoluzione verso quello che potremmo definire Comunicazione 2.0 non è scontato. Esso implica uno sforzo di natura tecnologica, organizzativa, concettuale e psicologica a cui la pubblica amministrazione italiana non è ancora preparata. In altre parole, si deve qualificare e vivificare l’informazione attraverso una comunicazione più partecipativa, facilmente capibile e maggiormente capace di produrre, trasformare e far circolare una conoscenza condivisa fra esperti, cittadini e policy-makers in un ambiente che stimoli l’innovazione diffusa. Occorre, in definitiva, imparare a comunicare in un’ottica che sia strutturata, così da permettere l’avvio di un globale sistema di raccolta e divulgazione delle informazioni in cui le istituzioni abbiano cura di alimentare e governare un processo corale, non elitario, finalizzato a stimolare la crescita economica e sociale che nel nostro Paese possiede una specificità ambientale unica e irripetibile.

Questa nuovo tipo di comunicazione deve porre al centro il benessere della società, un bene che appartiene alla collettività stessa e il cui valore può essere tutelato proprio mettendolo a valor comune. In definitiva, le istituzioni devono recuperare la fiducia del cittadino per unire le forze in un ideale “terra di mezzo” con interventi che siano contemporaneamente top down e bottom up. In questa “terra di mezzo” le istituzioni devono stabilire e governare il processo di partecipazione e rendere maggiormente visibile le incredibili risorse – intellettuali e umane – che l’Italia possiede. Occorre, dare priorità alla comunicazione che intercetti i diversi piani del sistema paese, ovvero: cittadinanza – sviluppo – economia. I programmi di sviluppo del territorio (europei e non) e i processi d’interazione sociale così come le tecnologie soggiacenti, devono confluire in un sistema integrato unico in grado di stimolare il cittadino a diventare co-attore dei processi decisionali, vero humus su cui possono attecchire i processi di conoscenza e consapevolezza.

Su questo richiamo alla condivisione vanno incanalati i dibattiti politici sulle dinamiche sociali ed economiche in Italia con il fine di scongiurare l’aumento del ‘divide’ tra politica e cittadino. Da questa necessità scaturiscono alcune domande: Quale modello può rendere al meglio la funzione di “cinghia di trasmissione” tra le istituzioni e i cittadini? Qual è il ruolo della scienza in questo scenario – per esempio, il ruolo della “Citizen Science”? Come si può suscitare l’effettivo interesse del cittadino a “occuparsi” della società come strumento di sostegno e sviluppo del bene comune? Quali sono gli elementi di risonanza nella comunicazione al cittadino? In questa sede, non si ha certo la pretesa di rispondere in modo esaustivo a domande così complesse, ma sarebbe opportuno riflettere su di esse per stimolare un maggiore coinvolgimento della società nelle scelte politiche.

Conclusione

Questa breve esposizione desidera solo portare a maggiore conoscenza le implicazioni del patto di Stabilità sull’evoluzione economica dell’Italia dei prossimi anni ed il suo impatto sulla società. Misure quali il Fiscal Compact mostrano con i fatti come l’Europa sia cambiata dai tempi della fondazione della CEE nel 1957. La Commissione Europea è oggi quindi il garante per l’attuazione delle norme necessarie per la stabilità della Zona euro e dell’Unione Europea.

In questo contesto di politiche di risanamento della finanza pubblica, l’Italia rischia di entrare in un periodo di bassa crescita, disoccupazione a due cifre e da una spesa pubblica cronicamente deficitaria. La relazione dell’Istat del 14 luglio 2014 sulla povertà in Italia rileva che il 26,5% degli italiani è sulla soglia di povertà relativa e assoluta e che già il 5% degli italiani é proprietario di una dimora che non potrebbe in teoria permettersi. Il cittadino percepisce questa dinamica negativa e sta mandando chiari segnali di disagio ai propri governanti, lamentandosi delle deficienze del sistema e chiedendo il cambiamento. La perdita di fiducia nella politica è palese; un recente sondaggio da l’astensione alle prossime elezioni al 38,1% e la fiducia ai principali leader politici tra il 35% ed il 9%, ovvero ben al di sotto della metà degli elettori. In assenza di risposte concrete si può ragionevolmente supporre che a breve si avranno episodi diffusi di protesta anche violenta.

Eurostat Newsrelease nr 166/2014 -31 october 2014

Eurostat Newsrelease nr 108/2014 – 10 July 2014

Il Benessere Equo e sostenibile in Italia, rapporto BES 2014, Roma, 26 giugno 2014

Anni 2010-2013 Notifica dell’Indebitamento Netto e del Debito delle Amministrazioni Pubbliche Secondo il Trattato di Maastricht, Nota informativa ISTAT, 21 ottobre 2014

Eurostat Newsrelease nr 153/2013 -23 october 2013

Le Prospettive per l’Economia Italiana 2014-2016, Previsioni, 3 novembre 2014, ISTAT

Stima basata sul rapporto tra spesa pubblica e PIL che era nel 2012 del 51,2%, fonte ISTAT, vedere www.istat.it/it/pubblica-amministrazione

Social Unrest, Aleksander S Jovanovic, Ortwin Renn and Regina Schroter, OECD Reviews of Risk Menagement Policies, 2012

Idem pagine 48-51

Le principali recessioni italiane: un confronto retrospettivo, di Antonio Bassanetti, Martina Cecioni, Andrea Nobili e Giordano Zevi. Questioni di Economia e Finanza, nr46 -luglio 2009, Banca d’Italia, pag. 18

Idem, pag. 19

Idem, pag. 32-36

Sintesi del Rapporto SVIMEZ 2014 sull’economia del mezzogiorno, presentato il martedì 28 ottobre 2014, Tempio di Adriano, piazza di Pietra -Roma

Iniziativa della Presidenza del Consiglio Italiano; si veda www.lineaamica.gov.it/ditecicome/ogp/

Si veda: www.slideshare.net/opengovit/report-della-societa-civile-sullimplementaz…

L’associazione italiana di Ecologia Umana nasce quale spin off dell’Università degli Studi di Padova con lo scopo di raggruppare professionisti in grado di operare in un contesto di integrazione tra le culture scientifica, umanistica e tecnologica, operando nei processi di trasformazione in atto. Si veda: www.aieu.org

Si veda: www.aieu.org/pdf/6_scala_livelli.pdf

Si veda: www.istat.it/it/archivio/128371

Rispettivamente: Matteo Renzi 35%, Matteo Salvini 21% Silvio Berlusconi 16% Giorgia Meloni 15% Beppe Grillo 14% Angelino Alfano 12% Nichi Vendola 9%, fonte istituto EMG, 22/23 novembre 2014

Massimiliano Dragoni

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